domenica 21 ottobre 2018

TELEGONO - Condivido il mio racconto breve


telegono racconto helena paoli

Telegono
(dalla raccolta Monologhi di ©Helena Paoli)

Mi chiamate da sempre con mille nomi.
A volte sono donna. Anfitrite, Belisama, Yemaja. Altre, invece, sono uomo. Kanaloa, Varuna, Poseidone. Nei sogni mi venerate come una divinità. Ti prego, conducimi lontano, dove ci sono solo onde e il dolore è un brusio sotterraneo. Nelle preghiere mi temete, consumate le labbra e le sillabe, vi genuflettete invocando altre illusioni, dammi un mare calmo e fammi tornare a casa.
Insegnate ai vostri figli a immergervi sotto la mia pelle, a cercare con mani avide pesci che possano riempire il vuoto nella pancia, nella testa, o in quel buco invisibile che vi squarcia il petto e v'impedisce d'essere completi. Ma i vostri cuccioli ascoltano anche storie sussurrate attorno al fuoco, racconti di tempeste furiose, navi inghiottite dal buio, marinai un tempo dalle guance arrossate, ora divenuti ossa lucenti.
Sono blu come i vostri occhi, sono verde come i vostri prati, ho la stessa sfumatura nerastra dei vostri incubi. Sono campo di battaglia, cimitero, premio per il miglior offerente. Mi amate, mi calunniate, credete che io esista solo perché voi avevate bisogno di me. Sono tutte bugie. Sono tutte verità. Eppure, anche se siete fragili e contraddittori, io ammiro voi esseri umani.


telegono racconto breve
Sto imparando a conoscere quelli della tua razza. O magari siete miei da sempre. Se fossi come me, capiresti questo dubbio. Io non ho occhi che catturino un istante del mondo, né orecchie che registrino i respiri di un solo frammento di terra. Il tempo -questa nuvola porosa che ci attraversa tutti, e che gli umani come te adorano tagliuzzare ed etichettare- è un gioco banale. Tu lo percepisci come una linea, perché il tuo corpo è progettato per essere un passeggero. Per me è un punto, ragazzo. Io sono partenza, viaggio, meta.
Per questo siete tutti insieme nel mio animo, per questo non siete nessuno. Se state sfiorando la superficie della mia veste acquosa, allora io ho già visto la vostra nascita e la vostra morte. E quella di vostro fratello, di vostra madre, della ragazza che avreste potuto amare se foste rimasti coi piedi sulla terra ferma. Non posso ascoltare ogni dettaglio delle vostre storie, perché siete troppi, e complessi, universi imprigionati da muscoli e tendini. Così finisco per custodire gelosamente i particolari, la memoria di un sorriso, di un'ambizione mai realizzata, di una passione travolgente. Siete diversi, tuttavia vi assomigliate. Mi affascina questa vostra contraddizione strutturale, ma, in fondo, è tutto ciò che conosco dell'uomo.

E poi ci sei tu, Telegono.
Ho sfiorato anime di naufraghi, pirati, regine. Ogni cuore aveva una vibrazione unica. Eppure riesco a cantare solo le tue note. Non so quando sei arrivato. Prima che voi umani cominciaste a tessere scie di veleno sul mio corpo? Dopo la strage di creature che hanno scelto me come rifugio, a differenza della tua razza, che vuole essere pesce, uccello, leone, foca, pipistrello?
Mi hai toccato, e il coro di voci si è trasformato in un monologo. Hai creato una crepa, e forse ora il mio tempo non è più un punto, ma un cerchio. Tu ti ripeti, ragazzo in eterno, e io vedo coi tuoi occhi, esploro finalmente il mistero dell'umanità. T'imparo a memoria. Finisco per amarti.
Mi piacerebbe ascoltare la tua risata spensierata di bambino. Tuttavia devo accontentarmi dei tuoi occhi spietati di adolescente, riflessi in quelli antichi di chi ti ha messo al mondo.
Devo andare, le dici, e non t'importa che questa rabbia consumerà tutto quel che sei.
circe mare racconto helena paoli Telegono, tua madre è la protagonista di canti a mezza voce: Circe la strega, Circe la figlia del Sole, Circe l'allieva di Ecate. Nessuna donna che vive nel vostro tempo può gridare di voler essere come lei. I membri del tuo sesso l'hanno già trasformata in uno dei volti del male, tentando di emulare le metamorfosi che lei sa realizzare con erbe e vini. Non temere però, arriveranno umani capaci di vedere la differenza tra questi due incatesimi: tua madre non nasconde la verità sotto parole pesanti come macigni, ma la libera da travestimenti più o meno riusciti. Non è colpa di Circe se alcuni uomini, in fondo, sono dei maiali.
Io sono la tua casa, ti risponde, e tu lo sai, Telegono, che se andrai via la spezzerai. Forse un tempo ha amato Odisseo, forse prima la sua vita era la ribellione, ma adesso ha te, figlio, progetto, fonte di giovinezza che la renderà immortale nel ricordo. Il tuo destino, però, è scritto nel nome che porti: “Telegono”, “Nato lontano”. Lontano da tuo padre.
Lui è la mia identità, concludi, chiudendo il passato in un cassetto.
Di giorno lavori incessantemente coi tuoi compagni d'equipaggio, soffochi nella fatica la paura che ti brucia nel petto. Gli altri marinai ti guardano con sospetto, non sei sicuro di poter tollerare la stessa ansia negli occhi di tuo padre. Straniero, straniero, straniero. Anche se il pensiero di Odisseo ti è familiare, probabilmente non sarà lo stesso per lui. Circe non ne ha mai fatto un mistero: ci sono un'altra donna e un altro figlio, le persone a cui tuo padre appartiene. La consapevolezza del rifiuto ti fa tremare le mani, quasi sbagli il nodo necessario a tenere ben spiegate le vele. La rabbia ti aggredisce, perché nessuno ti ha mai insegnato a soffrire: odi tua madre, prigioniera della sua stessa libertà, e detesti quella famiglia speculare che ha attirato Odisseo come un magnete. Cos'ha Telemaco più di te? Perché tu sei il figlio dell'avventura e lui quello del ritorno?
Io ti preferisco di notte, quando rinunci all'idea di te e ti concedi di essere Telegono. Ripassi con costanza i nomi delle erbe che, mescolate, possono guarire un'ustione o immobilizzare il cuore. Preghi una divinità senza nome di trovare delle certezze, tu che sei un fascio di dubbi e sangue, e fischietti una ninna nanna che tua madre ti cantava quando non riuscivi a dormire. Esplori con gli occhi della mente la vegetazione incontaminata della tua isola, sperimenti col ricordo le sensazioni d'impotenza e catarsi che hai provato la prima volta in cui hai guardato, dall'alto della vostra montagna, le nuvole nere che si addensavano nel cielo, cariche di pioggia.

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A volte conosco, attraverso di te, una ragazza. Non la chiami mai per nome, ma ha la pelle d'ambra e occhi duri come corteccia. Studi il suo corpo morbido celato da veli sottili con la stessa perizia con cui osservi le tue piante della vita e della morte. Ti porti una mano al petto se avverti il suo profumo come quando scruti la tempesta in lontananza. Correte scalzi nelle strade dell'isola -fantasmi di civiltà- e spesso finisci per perderla di vista. Quando meno te l'aspetti la ritrovi, per caso, nascosta in un anfratto buio o sui rami robusti di un albero.
Non sei costretto a venirmi sempre a cercare, ti sfida. Sa che non troverai le parole giuste per distendere la vela dei tuoi pensieri.
Allora smetterò di farlo, rispondi, anche se è la più deviata delle bugie. Non sai amare, Telegono. Non è colpa tua. Tuo padre ti ha insegnato solo l'assenza.
Quando la nave arriva a Itaca, la ragazza con gli occhi di corteccia scappa dai tuoi pensieri. Esiste solo Odisseo, il re dell'isola. I suoi sudditi ti fermeranno per strada, riconoscendo nei tuoi occhi o nel tuo incedere il loro sovrano? Nel momento in cui ti stringerà la mano, la sua bocca si curverà in un mezzo sorriso come fa la tua? Nelle rughe della sua fronte scavata dall'esperienza troverai te stesso?
Hai solo una vaga percezione delle montagne dure che popolano l'orizzonte e della terra sterile che non potrà accoglierti: uno sconosciuto ti aggredisce alle spalle, facendoti rotolare sulla spiaggia sassosa. Accetti ogni lieve ferita nella speranza che l'altro si fermi, che legga nei tuoi tratti la nobiltà che dovrebbe temere. Ma il dolore continua, è ovunque, lividi violacei fioriscono sul tuo corpo divenuto giardino.
Sei venuto a Itaca per scorgere i confini di te stesso, non per lasciarti annullare da qualcuno che ti odia senza motivo: qualcosa di torbido -un'oscurità che ti aspetta da sempre, cresciuta con te senza che lo sapessi- prende il sopravvento. Mentre il tuo viso viene tempestato di pugni, hai la lucidità di tirare fuori il tuo coltello, quello che Circe voleva nasconderti. Tenti come puoi di colpire l'altro, lo senti ridere, ignaro del veleno in cui è stata immersa la lama, lo stesso intruglio che adesso circola nelle sue vene e metterà fine alla sua vita.
I colpi si fanno sempre meno intensi, lo sguardo dello sconosciuto è annebbiato. Balbetta alcune parole, e tu vorresti essere altrove. Come hai potuto rubare gli ultimi pensieri di questa creatura a suo figlio? E mentre formuli questa domanda, capisci l'ironia amara della tua esistenza. L'altro si è accasciato all'indietro, il suo piede sporco è a pochi centimetri del tuo viso. Un angolo di pelle è tagliato da una cicatrice: Odisseo si è ferito in questo modo da giovane, durante una battuta di caccia al cinghiale. Te l'ha raccontato tua madre quando ancora parlava di lui.
Ti gira la testa. Forse tutti quei colpi ti hanno privato della ragione. Questo pazzo non può essere tuo padre. Non ha nulla di te, nulla della persona che vorresti essere. Ti butti sul suo petto, in un impeto di rabbia o disperazione. Senti che rantola qualcosa, poche sillabe: Il mare. Voleva partire ancora, voleva prendere il tuo posto sulla nave. Gli si rovesciano gli occhi, della schiuma gli si addensa in bocca. Non hai con te l'antidoto.
Le parole sono incastrate nella gola, perché sai che l'altro non potrà mai risponderti. Ti porti le mani alla faccia, tiri, a cosa serve questo corpo se non c'è più nulla a riempirmi, tu non eri tuo padre, eri la ricerca di tuo padre, e ora non sei più niente.

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Alla fine fai la sua stessa scelta. Corri dentro di me, la superficie è lontana, hai nascosto le pietre che prima ti hanno ferito sotto i vestiti, perché ti trascinino sul fondo quando il tuo corpo si opporrà all'orribile decisione della tua mente. L'aria finisce troppo presto, e gli occhi stanchi del mondo ti si chiudono. Non combatti per respirare. Fa troppo male essere Telegono. Così m'incontri, perso nel baratro del tuo animo, e io non posso fare niente per salvarti. Non so se voglio farlo. Forse dovresti stare qui con me, siamo entrambi invisibili e complicati e troppo per gli uomini. Io posso essere tua madre, tuo padre, la ragazza con gli occhi di corteccia, memoria di un altro tempo o ombra di sogno.
Posso essere te.

Le pietre sono rotolate giù una alla volta. Magari sei stato tu a mettere le mani sotto la veste e a stracciarla con le ultime forze rimaste. O forse sono io che ho scosso ogni parte di me, liberandomi per un attimo della schiavitù che la mia condizione impone. Per una volta non ho voluto restare a guardare.
Io ho molti nomi, e anche tu ne meriti un altro. Trova una nuova casa, un altro scopo per cui vivere, una ragazza vera da amare. Apprezza i dettagli della tua quotidianità, fai tesoro del passato, realizza un'esistenza di presenze. E quando avrai i capelli intessuti di vecchiaia e gli occhi soddisfatti di chi è stato vivo fino in fondo, torna da me. Resterai per sempre colui che mi ha mostrato perché la vostra razza mi somiglia, perché finché voi ci sarete io non sarò una creatura sola.
Voi umani siete gli unici che, come me, contengono moltitudini.

Potete trovare il racconto anche su Wattpad (qui) e sul mio profilo Instagram (qui).

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